Interview with Ada Moznich

Thursday 2 February 2023

Ada Moznich is an activist with Network Persone Sieropositive (NPS) and Ragazzi della Panchina, a group dedicated to harm reduction and advocacy for drug users and HIV-positive people.


Rachel Love: [00:00:01] Io sono Rachel Love e sono qua con Ada Moznich dell’associazione I Ragazzi della Panchina e siamo al 22 aprile nel ’22. Potresti parlarmi del tuo percorso come attivista per le persone sieropositive e tossicodipendenti?

Ada Moznich: [00:00:28] Sì. Allora in passato, quando ero giovane, ho usato anche sostanze per via iniettiva e molto probabilmente mi sono infettata con l’HIV in quel periodo lì. Poi avevo smesso e pensavo di non aver avuto problemi perché comunque stavo molto bene. Invece a distanza di anni, si è presentata la malattia. Quando si è presentata la malattia ho cominciato a conoscere altre persone nelle mie condizioni e mi sono avvicinata ad una piccola associazione che c’era qui a Pordenone, si chiamava Associazione Giulia, un’associazione locale. E lì ho cominciato a conoscere un po’ di gente. Poi siccome avevo bisogno di un psicologo, sono andata dai miei vecchi amici perché ancora alla fine degli anni ’90 si faceva fatica a trovare un psicologo che fosse esperto in HIV. E allora i miei amici mi hanno detto, “Prova andare al SerT [Servizio tossicodipendenze] perché loro, lavorando con i tossicodipendenti, ne parlano già da parecchi anni. Lì è più facile trovare uno psicologo che sappia trattare il tema.” Difatti sono andata lì e ho cominciato il mio percorso psicologico. Nel frattempo ho conosciuto questo gruppo di ragazzi che si chiamavano i Ragazzi della Panchina, alcuni di loro già li conoscevo, che avevano cominciato a riunirsi e a parlare anche loro di HIV legato al problema delle sostanze psicoattive. E lì mi sono innamorata del progetto e mi sono fermata lì con loro. Con loro poi abbiamo fondato l’associazione insieme ai ragazzi, ex-consumatori e anche persone che non avevano mai avuto a che fare con la sostanza. Abbiamo voluto fare proprio un gruppo misto proprio perché volevamo lavorare sull’integrazione sociale delle persone. Da lì è cominciata la mia avventura di attivista. Poi, nell’arco degli anni, conoscendo altra gente, sono arrivata anche a un’associazione che si occupava di persone HIV. Difatti io collaboro con due associazioni, questa dei Ragazzi della Panchina e NPS Italia che proprio si chiama Network Persone Sieropositive che è un’altra associazione che ha sede a Milano. Sono praticamente vent’anni che mi occupo di HIV e tossicodipendenza. Mi piace, è soddisfacente. Ci sono un sacco di lotte, un sacco di pugni da battere sopra i tavoli, però mi piace. Poi ho dei riscontri dai ragazzi, specialmente in questo periodo, dai giovani che mi riempiono di soddisfazione e mi fanno piacere il mio lavoro, ecco.

Rachel Love: [00:03:53] Immagino, meno male. E ti ricordi di che anni stiamo parlando?

Ada Moznich: [00:04:01] I Ragazzi della Panchina è stata fondata nel 1999 e nel 2000 abbiamo aperto un centro diurno che è aperto tuttora. È aperto tutti i pomeriggi dall’una alle 17:30 ed è accesso libero. E noi collaboriamo anche con il Dipartimento delle Dipendenze dell’Azienda Sanitaria Locale e condividiamo dei progetti con loro, specialmente di percorsi terapeutici per i ragazzi. Invece NPS Italia è stata fondata nel 2004, ha una sede a Milano, ha varie referenti regionali in Puglia, in Sicilia, in Campagna, in Toscana, in Lombardia e Friuli Venezia Giulia. E con loro lavoriamo in rete e lottiamo per difendere i diritti dei pazienti e cerchiamo di fare prevenzione e counseling con i pazienti che hanno una prima diagnosi di HIV.

Rachel Love: [00:05:16] C’è un bisogno di avere persone sieropositive proprio in posizioni di [potere], diciamo?

Ada Moznich: [00:05:24] Sì, beh, devo dire che in Italia ci sono diverse associazioni che si occupano di questo problema e molte purtroppo sono nell’ambito del target degli omosessuali, perché sono stati i primi che hanno avuto i problemi e sono, diciamo, quelli che riescono ad aggregarsi meglio. E tra gli eterosessuali è un po’ difficile, perché ancora adesso c’è questo stigma di non riconoscersi in questo problema. Si pensa sempre che appartenga a qualcun altro, alle solite categorie di rischio di cui si parlava ancora negli anni ’80, e invece i dati ci dicono che tra gli eterosessuali ci sarebbe un gran bisogno di informazione.

Rachel Love: [00:06:18] È sempre questa la lotta che tra categorie a rischio e comportamenti a rischio.

Ada Moznich: [00:06:26] Esatto, esatto, sì.

Rachel Love: [00:06:30] E si sentiva proprio il bisogno di un gruppo come i Ragazzi della Panchina a Pordenone nel 1999?

Ada Moznich: [00:06:38] Beh, sì, perché negli anni ’90, a Pordenone, pur essendo una piccola città, c’era un rapporto tra consumatori di sostanze per via iniettiva e cittadinanza molto alto. E difatti poi nel ’95-’96, quando l’Aids ha cominciato a mietere molte vittime, a Pordenone ci sono stati un sacco di morti perché molti ragazzi che usavano sostanze erano state infettati e contagiati. Per una piccola città così è stata una botta abbastanza sconvolgente. Io ti dico che tra maggio e giugno, in giro di 40 giorni, nel ’95 sono morti dieci ragazzi. In una città di 50.000 abitanti è un numero grande. E difatti il gruppo dei Ragazzi della Panchina è cominciato in quegli anni, i primi incontri. Mi ricordo che—io li seguivo in maniera esterna perché ormai non partecipavo più a quel giro però siccome avevo degli amici, qualche notizie mi arrivava—avevano scritto una lettera ai giornali denunciando che la città era indifferente a quello che loro stava succedendo. E lì un medico del SerT, Alessandro Zamai, è stato visionario in quel momento. Ha avuto l’idea di dire, “Ma tutta questa energia, tutta questa rabbia che loro hanno si può trasformare in qualcosa di positivo.” Quindi li ha raccolti e hanno cominciato a lavorare con il gruppo. Da di lì si sono avvicinate anche persone che avevano letto la lettera e avevano risposto anche sempre attraverso i giornali, si sono avvicinati al gruppo ed è nato questo gruppo misto, praticamente. Perché loro, in un momento così drammatico, avevano voglia di riprendersi la loro dignità e morire un attimino serenamente, riconosciuti come persone della città e non fantasmi da far scappare. Ed è andata bene, perché da questo gruppo poi è nata l’associazione. Abbiamo aperto un centro che è diventato un punto di riferimento per la città, sia per i giovani, sia per tutti quelli che hanno problemi di sostanza e vogliono sapere più informazioni sull’HIV perché per noi continuiamo comunque a fare anche prevenzione di HIV. E questo gruppo ha fatto sì anche che le infezioni tra i tossicodipendenti calasse vistosamente. Difatti noi adesso tra i consumatori di sostanza raramente troviamo dei positivi, mentre prima ce n’erano una strage praticamente. Quindi adesso i numeri sono molto contenuti.

Rachel Love: [00:09:47] Deve essere una soddisfazione.

Ada Moznich: [00:09:50] Beh, certo sì, certo si, è una soddisfazione. Poi noi lì in sede abbiamo anche i profilattici gratuiti, quindi i ragazzi possono venirceli a prendere senza problemi. E ogni tanto ci facciamo delle domande perché noi riempiamo il cestino, poi magicamente è vuoto, ma non riusciamo a capire chi li prende. Però si svuota. Quindi l’abbiamo anche messo in modo che sia di facile arrivo, di facile presa per i ragazzi proprio perché chi si vergogna così almeno è un attimino tutelato. Ecco.

Rachel Love: [00:10:32] Infatti sembra legato al problema della vergogna o lo stigma anche del sesso. Ho incontrato questo problema nella ricerca, il problema è che se non puoi parlare del sesso, non puoi parlare del sesso sicuro.

Ada Moznich: [00:10:52] È perché poi qui in Italia noi abbiamo un problema. Siamo sostanzialmente di cultura cattolica. Abbiamo il Vaticano che ha sede proprio in Italia. Quindi il sesso è una cosa che si fa, ma non si dice. È un tabù, non si può parlare. Adesso in questi ultimi anni si parla un po’ di più liberamente, si parla di profilattico nelle scuole, si riesce ad avere un linguaggio adeguato per i ragazzi perché prima dovevamo andare lì a parlare, stare attenti alle parole. Invece adesso riusciamo a parlare come parlano i ragazzi e quindi riusciamo a farci capire da loro. Difatti fatti loro mi dicono, “Sei sempre molto aperta, hai un linguaggio proprio giovanile.” Ho detto, io devo parlare con loro, devo farmi capire da loro, devo usare il loro linguaggio perché se uso il linguaggio degli adulti, loro non mi capiscono, mi prendono come una maestrina di turno e prendono l’informazione come gli pare. Invece così sono più incisiva.

Rachel Love: [00:12:08] Infatti c’è bisogno. Tornando nel tempo, mi potresti parlare dei tuoi ricordi dell’arrivo dell’AIDS in Italia? Come ti sembrava all’inizio?

Ada Moznich: [00:12:26] Beh, sai, a metà degli anni ’80, quando ci arrivavano le prime notizie comunque ci sembrava un problema che riguardava l’America, perché le notizie arrivavano da là, quindi erano notizie lontane, non si pensava mai che arrivasse in Italia. Infatti poi, quando hanno cominciato a fare degli screening in tutte le comunità terapeutiche perché la popolazione più colpita in Italia, a differenza degli altri stati, sono stati proprio i consumatori di sostanze. Quindi è cominciato a diventare palpabile la cosa, quindi si spaventavano. Però si sapeva poco. Le notizie erano frastagliate. Io mi ricordo che sono andata dal mio medico di base quella volta e gli ho detto, “Sai, io sono preoccupata perché ho fatto uso di sostanze così e vorrei fare il test dell’HIV.” E lui mi ha detto, siccome io ho problemi di lipidi alti, il colesterolo alto, allora, stavo facendo dei controlli abbastanza serrati, mi ha detto, “Guarda, dagli ultimi controlli che abbiamo fatto, i tuoi globuli bianchi vanno bene. Se tu fossi ammalata di AIDS  i globuli bianchi sarebbero molto bassi.” Però ancora non si sapeva bene come evolveva la malattia. Non si sapeva che ci voleva un arco di tempo più lungo per accorgersi. Quindi fa, “Mi sembra inutile fare il test, creerebbe solo panico per niente nell’attesa del risultato, quando sappiamo che i tuoi anticorpi sono buoni.” Invece poi, a distanza di sei, sette anni si è cominciato a vedere i danni che ha fatto il virus. Quindi questa è stata la spinta che noi abbiamo imparato tanto dagli americani sull’attivismo, perché per noi questo genere di cose non si facevano in Italia. I pazienti di HIV sono stati i primi a diventare pazienti attivisti proprio perché c’era fame di informazione. Adesso hai internet e vai su internet, fai qualsiasi domanda, ti danno una risposta, che sia sbagliata o giusta poi è un altro discorso. Però invece prima le informazioni le dovevi avere o il passaparola o che ti arrivava dal materiale informativo. Le notizie viaggiavano così. Quindi la rete—Io mi ricordo che nei primi anni ’90 esistevano tantissime associazioni, piccole associazioni, anche locali, che praticamente facevano rete fra di loro. Quindi si passavano le informazioni e la gente veniva informata dell’evoluzione della malattia, le conseguenze, le cause e quant’altro. Quindi da lì è nato l’attivismo. Poi, con l’andare del tempo e con l’arrivo delle terapie, tante piccole associazioni si sono chiuse, non avevano più ragione di essere, poi c’è stato l’avvento anche di internet. Sono rimaste un attimino quelle un po’ più grandi, quelle un po’ più strutturate, quelle un po’ più  attive nella difesa dei diritti delle persone. Invece le associazioni aggregative, quelle sì sono un po’ sciolte. C’erano anche un sacco di gruppi di auto-aiuto perché la gente aveva bisogno di parlare, non sapeva con chi parlare. Quindi in queste piccole associazioni si formavano dei gruppi di ascolto. Quando mi sono avvicinata all’associazione Giulia aveva quella funzione lì. Ci si trovava una volta alla settimana con diversi pazienti sieropositivi, poi c’era un medico, c’era un psicologo e lì si faceva gruppo di auto-aiuto. Anche perché avevi proprio bisogno di parlare, perché quella volta le terapie non c’erano, e quindi ti dovevi in qualche modo preparare alla morte, purtroppo bisogna dire così. Quindi avevi bisogno di arrivare un attimino serenamente, accettare il tuo percorso. Poi quando sono arrivate le terapie, tutto è cambiato, tutto si è stravolto, per fortuna.

Rachel Love: [00:17:14] All’inizio, c’era anche bisogno di tradurre informazioni che arrivavano da altri paesi?

Ada Moznich: [00:17:25] Sì, tante informazioni ci arrivavano dall’America. Quindi dovevi tradurre le informazioni e divulgarle e farle andare in giro. Poi anche qui abbiamo avuto dei bravi medici, i quali si sono impegnati tantissimo. E anche loro hanno fatto la loro funzione di informazione. Mi ricordo che c’era un’associazione che c’è ancora che si chiama ANLAIDS che tutti gli anni faceva un congresso e invitava anche i pazienti a seguire i lavori, almeno i rappresentanti delle varie associazioni, in modo che a loro arrivasse l’informazione e poi a loro volta potevano divulgarla agli altri associati o agli altri pazienti, o alla gente che aveva bisogno di sapere qualcosa di più. Adesso ANLAIDS non fa più il convegno però da 14 anni c’è iCar, che è un convegno, lo stesso nazionale, che viene fatto a giugno. Anche lì c’è una parte dedicata al sociale e alla community, una parte dedicata al mondo scientifico e alla ricerca. E gli attivisti in questi anni hanno anche partecipato ai lavori di ricerca. Perché una cosa buona che abbiamo imparato anche dagli americani è entrare nei protocolli di ricerca dei nuovi farmaci, fare progetti sulla qualità della vita dei pazienti e andare a indagare come migliorare la vita dei pazienti, quali sono le criticità e tutto quanto. Quindi sono proprio attivisti a 360 gradi. Penso che l’HIV abbia dato una buona lezione alla medicina di capire quanto è importante la partecipazione del paziente sia nel percorso terapeutico, ma sia anche nella clinica e nella ricerca. Che si fa per una patologia. Di fatti io negli ultimi dieci anni, poi, ho visto nascere anche altre associazioni di pazienti di diabete o artrite reumatoide, di epilessia, cioè si è capito che la conoscenza del paziente è importante per il ricercatore perché ottimizza la ricerca che lui fa, ottimizza i farmaci che possono essere utili alla terapia e così in modo che la terapia sia più efficace e il paziente più compliante alla stessa.

Rachel Love: [00:20:23] Diventa un rapporto più collaborativo, invece di qualcosa verticale.

Ada Moznich: [00:20:30] Esatto, orizzontale, sì. Questo è molto importante, l’abbiamo imparato. Soprattutto mi sono accorta che nei vari convegni—mi ricordo che ho fatto uno tre anni fa dove ho portato U=U, ho parlato di questo, di che cosa significava per i pazienti e per il mondo tutto quanto, e c’era un medico che si prendeva nota. Mi ha stupito questa cosa. Però si prendeva nota perché effettivamente quello che io dicevo era quello che sentivano i pazienti ed era utile anche per loro, perché se il paziente accetta la sua patologia è più compliante. È anche una soddisfazione per il medico. Quindi anche la comunicazione che poi va a fare il medico con il paziente diventa fondamentale nella cura.

Rachel Love: [00:21:31] Certo, però sorprende un po’ che un medico non conoscesse questo fatto. Ho sentito anche in un’altra intervista qualcuno ha parlato di portare la spilla U=U e il suo medico non sapeva niente di questo fatto, per cui magari ancora oggi c’è un po’ di mancanza di informazioni.

Ada Moznich: [00:21:57] U=U è partito proprio dagli attivisti, devo dire. Perché loro si sono accorti—Io ho diversi amici per esempio nelle coppie discordanti che volevano avere figli. Mi ricordo la mia amica mi ha detto, “Ci eravamo stufati di andare a visitare cliniche per fare la fecondazione e abbiamo deciso di fare il figlio nella maniera tradizionale.” Da di lì si è visto che è il padre o la madre non si infettava con [l’HIV]. E da lì proprio gli attivisti hanno cominciato a dire, “Guardate che nel mezzo dei pazienti sta succedendo questo. Bisogna capire che cos’è e bisogna far partire delle ricerche.” E allora lì il mondo scientifico era un po’ titubante, però alla fine ci ha dato ragione. La ricerca è durata dieci anni tra un gruppo e l’altro di ricercatori. E poi alla fine si sono convinti anche loro. Quindi, di fatti, poi c’è stata un’evoluzione. Qualche anno fa ho sentito una dottoressa che hanno cominciato a far partorire le donne in maniera naturale, non più con il taglio cesareo grazie a questa scoperta. Quindi, sì, vuol dire tanto. E penso che questo è stato grazie proprio agli attivisti. Perché probabilmente il mondo scientifico per loro è importante la terapia, la cura e avere delle buone analisi. Io mi ricordo che dopo qualche anno che è arrivata la terapia, qualche medico ogni tanto si usciva dicendo, “Vabbè, in fondo non morite più, che cosa avete da lamentarvi adesso?” Eh beh, noi abbiamo da lamentarci perché vogliamo vivere, non vogliamo sopravvivere. Quindi abbiamo bisogno di migliorare anche il resto della nostra vita, non solo il numero dei CD4 e quant’altro. E da di lì si è capito che il protagonismo del paziente è importante, non va sottovalutato, anzi. Infatti adesso c’è tutta una letteratura scientifica sulla narrativa della malattia e quant’altro, perché anche quello serve per sfatare tutti i fantasmi che le persone hanno dentro, quasi che diventa anche quella una terapia nella terapia. Diceva sempre uno dei miei medici, “Guarda, le terapie possono fare il 70% del lavoro, il 30% devi fare tu con la tua testa. E se quel 30% non funziona molto bene riesce di invalidare il resto della terapia.” Quindi è importante.

Rachel Love: [00:25:02] E avete collaborato anche con altri gruppi oltre NPS? Sto pensando a Pia con il Comitato [per i Diritti Civili delle Prostitute] o altri gruppo ancora?

Ada Moznich: [00:25:16] Beh, l’abbiamo fatto come i Ragazzi della Panchina per qualche anno Friulaids. Nei primi anni 2000 abbiamo fatto degli eventi in varie città del Friuli, coinvolgendo altre associazioni in occasione del 1º dicembre. Adesso come i Ragazzi della Panchina e come NPS noi collaboriamo un po’ con tutte le associazioni che ci sono in Italia. Io faccio parte anche del CTS al ministero della Salute, del comitato tecnico scientifico che riguarda l’HIV, dove ci sono altri rappresentanti di altre associazioni. E lì abbiamo avuto modo di relazionarci e di creare una rete anche fra di noi, tra tutte queste associazioni, in modo da fare un fronte comune perché comunque condividiamo le stesse cose e quindi quando c’è da scrivere la lettera al ministero piuttosto che a qualcun altro, una casa farmaceutica o quant’altro ci troviamo, la facciamo tutti insieme perché tutti insieme abbiamo più potere, cioè più possibilità di contrattare con loro, e ci ascoltano un po’ di più. La rete è importante, la rete che si è creata, sì.

Rachel Love: [00:26:56] E infatti questa lotta all’AIDS ha seminato opportunità per costruire solidarietà tra persone emarginate?

Ada Moznich: [00:27:11] Sì, dove si riesce a fare informazione, sì. Però purtroppo rimane ancora lo stigma, è ancora presente. Lì c’è ancora tanto da lavorare. Difatti per noi è importante lavorare con il concetto di U=U perché pensiamo che sia uno strumento che può normalizzare. E quindi far vedere anche agli altri che in fondo non devono avere paura di una persona sieropositiva. Anzi, è più sicura conoscere una persona sieropositiva che si cura che una persona che non ha mai fatto il test e non sa se è sieropositivo o no. Perché lì il pericolo è più alto. Infatti anche i dati che vengono fuori ogni anno nei nuovi contagi ci fa capire che ancora la gran parte delle persone arrivano in ospedale già con una diagnosi di AIDS, perché non ha mai fatto un test prima, perché non si è mai sentito in pericolo. E questo è un danno, perché così l’infezione continua ad andare avanti e così le persone comunque che arrivano in queste condizioni in ospedale hanno già dei danni all’interno del corpo. Invece se avessero fatto il test prima avrebbero iniziato la cura prima e avrebbero evitato degli altri contagi e avrebbero evitato di mettere il loro fisico sotto sforzo. E questo è proprio principalmente tra gli eterosessuali, difatti si fa fatica a raggiungere questa categoria di persone, si fa una gran fatica. E stiamo cercando di capire.

Adesso con il tavolo del ministero, siamo riusciti a convincerlo perché erano molto titubanti di fare una campagna massiccia su U=U, dove magari si può dire sono più sicura io che sono sieropositivo e so di esserlo piuttosto che tu che non hai mai fatto il test perché io mi curo e non sono contagiosa. Tu invece cosa fai? La cosa bella che abbiamo fatto, sempre con la rete delle associazioni, adesso in Parlamento ci sarà la revisione della legge 135/90, che è la legge che regolamenta quello che si deve fare in ambito dell’HIV e dell’Aids. Perché la legge era vecchia, era nata in un periodo dove le esigenze erano diverse, adesso le esigenze sono cambiate, quindi dopo trent’anni aveva bisogno di essere revisionata. E un parlamentare ha messo giù una bozza per la presentazione, dove poi tutte le associazioni abbiamo fatto tutti gli appunti, l’abbiamo spulciato e abbiamo aggiunto quello che mancava, abbiamo rivisto alcune cose, e l’abbiamo adeguata anche ai pazienti, non solo all’ambito scientifico. Perché una legge deve tutelare sia il lavoro dei medici che il diritto del malato. E adesso è giunta in Parlamento. So che la Commissione l’ha valutata buona e dovrebbe andare in votazione alle Camere a breve, si spera. E questo è stato un lavoro che abbiamo fatto in rete tutti quanti insieme ed è stato interessante.

Rachel Love: [00:31:05] Ai tempi si faceva più fatica a collaborare con il ministero?

Ada Moznich: [00:31:14] Eh sì, all’inizio sì, perché comunque diciamo che il “know how” l’avevano in mano solo la scienza, quindi erano loro quelli che venivano ascoltati, solo loro. E quando le associazioni hanno cominciato a battere i pugni e a rivendicare i loro diritti allora hanno cominciato ad ascoltarli. Difatti la commissione Aids era partita ormai negli anni ’90, i pazienti sono entrati molto dopo all’interno della commissione. Quando hanno capito che erano portatori di una conoscenza che loro non avevano mai pensato, allora li hanno chiamati. E io sono entrata per esempio nel 2004 però loro già da sei anni si trovavano all’interno della Commissione. E quindi sì, mi da molte soddisfazioni questa cosa. Mi sembra di fare qualcosa di utile per tutti, non solo per me. Principalmente fa bene a me, io dico sempre che il volontariato soddisfa l’egoistico altruismo che noi abbiamo. Bisogna farlo bene nella maniera giusta. Quindi è una soddisfazione reciproca, sia per me che per gli altri.

Rachel Love: [00:32:56] Magari ci vuole anche quando è un lavoro impegnativo, stancante.

Ada Moznich: [00:33:05] Sì, sì.

Rachel Love: [00:33:06] Poi vorrei chiedere se c’è qualcosa che tu ritenga importante per lasciare alla storia dell’HIV e Aids in Italia?

Ada Moznich: [00:33:25] Per me sarebbe importante che più persone avessero il coraggio di dire il loro stato sierologico, perché purtroppo in Italia siamo pochi che ci mostriamo. Non dico che si possono contare nelle dita di due mani, ma praticamente sì. Noi, per esempio, per iCar volevamo portare delle testimonianze di persone che si sono trovate positive in questi ultimi anni e come mai è successo e quant’altro. Abbiamo fatto molta fatica perché non volevamo che fossero sempre le stesse persone sempre nel nostro cerchio, volevamo far vedere delle facce nuove. E non è stato per niente facile. È stato molto faticoso perché la gente ha paura, ha paura di esporsi, ha paura di essere giudicata, ha paura di essere presa per quello che non è, perché purtroppo è sempre così. Vorrei che diventasse una patologia cronica come tutte le altre. Uno che non si vergogna di dire che ha il tumore, non si vergogna di dire che hai il diabete o è cardiopatico. Vorrei che l’HIV raggiungesse quelle dimensioni, cioè che uno non si vergogna di dire che è sieropositivo, che sia libero di dirlo tranquillamente perché non gli succede niente, assolutamente. Questa è una cosa che io spero prima o poi succederà, ma penso anche perché poi mi è capitato anche di fare counseling a delle persone che avevano paura di dirlo alla propria compagna. Spesso le cose non si dicono e non si fanno perché si ha paura. Io dicevo, “Ma guarda, lasciati sorprendere. È una cosa che ti libera te, perché sicuramente tenertelo dentro è un problema, e poi è un gesto di responsabilità e di fiducia verso l’altro.” E mi ricorda che questo ragazzo fa, “Va bene, adesso ci penso.” Allora è andato dalla sua ragazza, gliel’ha detto. Dopo un giorno è tornato, “Ecco, vedi, avevo ragione io. Lei se ne è andata via in lacrime,” e quant’altro. Ho detto, “Vabbè, valutiamo come mai e cosa è successo, perché non era pronta, forse è stata una botta forte e quant’altro.” “Eh, ma io lo sapevo.” Dopo due giorni è tornato e fa, “Sai che è ritornata e mi ha chiesto scusa e ci siamo rimessi insieme perché ha capito.” “Allora vedi,” ho detto, “la paura era solo tua alla fine.” Perché poi succede così. Poi io lo dico sempre, io quando l’ho detto, è vero che ho perso degli amici. Se devo fare però il conto di quelli che mi sono stati vicini e quelli sono che si sono allontanati, quelli che si sono allontanati sono veramente pochi, veramente pochi. Vuol dire che gli altri erano dei veri amici. A quegli altri forse interessava solo qualcos’altro. E spesso abbiamo paura di affrontarla perché ci facciamo noi dei [problemi] in testa. Però se invece se affrontiamo e ci facciamo sorprendere dalla vita probabilmente ci arrivano delle belle sorprese. Io non mi sono mai sentita discriminata. Qua in città praticamente tutti quelli che mi conoscono lo sanno, ma non si sono mai comportati in maniera diversa di quello che si comportano con gli altri. Si comportano in egual maniera senza problemi. Quindi forse bisognerebbe che la gente, le persone, avessero un po’ meno paura e fossero un po’ più coraggiose. E se ci fosse più gente, secondo me, più persone potrebbero riconoscersi che possono essere entrati in contatto con questo virus e quindi andare a fare il test. Perché proprio normalizzando la patologia, poi, le persone si possono riconoscere che possono venire avvicinate da questo problema e stanno più attente. Perché vedono che proprio è un virus che colpisce tutti. È democratico di default. Non guarda né razza né orientamento sessuale né politica. Lui va dove riesce ad arrivare. E quindi secondo me si alzerebbe di più l’attenzione verso questa patologia.

Rachel Love: [00:38:32] E si abbasserebbe anche lo stigma.

Ada Moznich: [00:38:34] E si abbasserebbe lo stigma. Sì, sì. Però un po’ ci stiamo cercando di tirare dentro altre persone nuove. Difatti a me piacerebbe—La nostra associazione è un po’ mista, però, ci sono molte associazioni che sono fondamentalmente fatte da omosessuali e di associazioni invece non omosessuali ce ne sono molto poche. Ci siamo noi, c’è la LILA e poi Arcobaleno, sempre delle famiglie miste. E sarebbe bello creare proprio una associazione di eterosessuali con l’HIV proprio per far vedere che è un problema che riguarda tutti. Perché anche il fatto che le associazioni che si mettono in campo la maggior parte sono fatte da omosessuali rimarca questa cosa, che è un problema che riguarda loro. Invece ce ne sono di più perché sono quelli che si sono messe per primi a lottare e poi sono rimaste. Quindi ci vorrebbe veramente qualcosa di nuovo che stravolgesse un po’ il pensiero comune che c’è adesso in Italia.

Rachel Love: [00:40:03] Magari un organizzazione ombrella che abbraccia tutti. Ok, ma io avrei finito se non ci sia qualcosa che abbiamo perso.

Ada Moznich: [00:40:16] No, non mi sembra. Mi sembra che abbiamo parlato un po’ di tutto. Se poi hai bisogno, se ti viene in mente qualcos’altro, io sono a disposizione, mi chiami, facciamo un’altra videochiamata e ti do altre risposte. Non ci sono problemi. Io sono qua, ormai i miei contatti ce li hai.

Rachel Love: [00:40:38] Grazie, Ada!

Ada Moznich: [00:40:42] Grazie a te e buon lavoro, sai.


Transcript of interview on 22 April 2022

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